TRA SUGGESTIONI E CIO’ CHE CONCRETAMENTE SI PUO’ FARE

Bruxelles, 13 marzo 2013- Lo scorso 12 febbraio la Giunta regionale della Sardegna ha emanato una delibera con la quale ha sollecitato le istituzioni europee alla creazione di una zona franca extradoganale che comprenda l'intero territorio della Sardegna. A tal fine, la Regione ha espressamente richiesto ai vertici comunitari la modifica dell'articolo 3 del Regolamento 450/2008 che istituisce il nuovo codice doganale comunitario, chiedendo che la Sardegna venga individuata quale territorio extradoganale della Repubblica italiana analogamente ai Comuni di Livigno e Campione d'Italia.
La questione appare allo stato attuale impraticabile. Va invece detto che risulta percorribile la strada di istituire nel territorio doganale dell'Unione delle zone franche doganali, così come disposto dall'articolo 155 del nuovo codice doganale, il quale dispone che:

"Gli Stati membri possono destinare talune parti del territorio doganale della Comunità a zona franca. Per ogni zona franca,lo Stato membro stabilisce l'area interessata e i punti di entrata e uscita.Le zone franche sono intercluse".[1]

A una prima analisi della norma in oggetto, la zona franca integrale apparirebbe astrattamente realizzabile: la Sardegna, infatti, soddisferebbe, in virtù del carattere insulare del proprio territorio, il requisito di "interclusione" richiesto dalle previsioni normative comunitarie.
Ciononostante, occorre precisare che la fattibilità dell'attuazione della zona franca integrale dipende dal soddisfacimento di due condizioni essenziali tra loro interdipendenti:
1) che si registri la volontà da parte di tutti i livelli istituzionali, compreso quello nazionale, di farsi carico di quest'istanza sotto il profilo della dotazione finanziaria.
2) che la richiesta sia preceduta da una rigorosa analisi costi/benefici che faccia luce sulle modalità di compensazione del minore gettito derivante dall'esenzione su beni e servizi nonché dal mancato gettito dell'IVA, di cui la Regione Sardegna, lo ricordo, assorbe i 9/10, nonché dei benefici attesi. Se la Regione Sardegna, e non la Giunta regionale, intende effettivamente rinunciare a IVA e accise, dovrebbe quantomeno affermarlo e indicare come ritiene di reperire le risorse necessarie a finanziare i settori sostenuti anche tramite il gettito fiscale regionale.
È evidente quindi che l'istituzione di una zona franca estesa all'intero territorio regionale non può prescindere dalla realizzazione di un solido studio di fattibilità che fornisca un' efficace valutazione ex-ante delle misure che si intendono adottare e della copertura finanziaria necessaria all'attuazione delle stesse. è ipotizzabile che la realizzazione della suddetta analisi possa essere affidata al CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro) o al suo equivalente regionale, il CREL (Consiglio Regionale Economia e Lavoro), in virtù della funzione di consulenza sui temi di carattere economico e sociale ai quali i due organi menzionati assolvono.
A oggi, il dibattito sull'istituzione di una zona franca in Sardegna è polarizzato tra coloro che ne sostengono semplicemente la fattibilità (con le buone o con le cattive) e coloro che sottolineano i limiti giuridici e procedurali della proposta.
Viceversa, occorre uscire da questa logica di mera contrapposizione per cominciare a formulare proposte concrete e praticabili. Le istituzioni tutte non possono limitarsi a svolgere un esercizio puramente teorico e accademico, ma sono obbligate ad assumere l'onere di contribuire a dare risposte alla terribile crisi economica e sociale che investe la Sardegna.
Da questo punto di partenza si profila la fattibilità immediata delle zone franche previste dal d. lgs. 75/98 nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme, Arbatax, nonché in altri porti e aree industriali ad essi funzionalmente collegati o collegabili. Tuttavia, allo stato attuale é difficile quantificare quali benefici assoluti possano derivare a queste zone e quali potrebbero essere i vantaggi e gli svantaggi per le zone circostanti.
Un'altra proposta attuabile è rappresentata dall'istituzione di una zona franca da estendere a tutta l'isola che preveda agevolazioni d'imposta consistenti nella non tassazione degli utili d'impresa fino ad un certo limite, l'esonero delle tasse professionali di competenza degli enti locali, l'esenzione degli oneri sociali a carico del datore di lavoro e aiuti alle imprese in difficoltà.
Questa impostazione corrisponde a un modello realizzabile che è stato peraltro già sperimentato all'interno dell'Unione Europea senza bisogno di modifiche del regolamento doganale. In particolare, può ispirarsi al modello di zona franca proposto dal governo francese per la Corsica. La "zona franca corsa" fu attuata nel 1996 e "non a costo zero" in quanto la Francia stanziò all'epoca una cifra vicina ai 3 miliardi di franchi (oltre 450 milioni di Euro in totale, 90 milioni di Euro l'anno) per la sua realizzazione ed il suo funzionamento.
È importante tenere presente che la zona franca corsa fu valutata positivamente dalla Commissione Europea e ritenuta compatibile con la normativa sugli aiuti di stato sulla base dell'entità degli aiuti previsti e della sua durata, stabilita in cinque anni.
Giommaria Uggias

[1]Art. 155 del regolamento CE n. 450/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 che istituisce il codice doganale comunitario (codice doganale aggiornato), vedi anche; http://www.mincomes.it/preferenze_generalizzate/legislazione/reg450_08.pdf.

di seguito il testo della intervista apparsa il 14 marzo su

«Zona franca avvelenata da troppa demagogia»

L’europarlamentare Giommaria Uggias contesta Cappellacci:
«Il suo modello extradoganale non è praticabile, meglio puntare sui porti e i vantaggi fiscali

Cagliari 14 marzo 2013-Extradoganale no, «oggi è impraticabile», sì ai porti franchi e alle agevolazioni fiscali per le imprese in tutta l’isola. È questo il primo parere che arriva da Bruxelles sul caso Sardegna, con l’europarlamentare Giommaria Uggias dell’Idv.
Perché non extradoganale? «La recente richiesta della giunta Cappellacci di modificare il prossimo codice europeo doganale ed equiparare la Sardegna allo status di Campione d’Italia e Livigno non mi pare attuabile. Le aree extradoganali sono già individuate stato per stato e non vedo la possibilità di deroghe». Dunque, esiste il rischio che l’Europa risponda no. «Credo che bisogna uscire dal clima di contrapposizione che in molti continuano ad alimentare, per passare alle proposte concrete e praticabili».
Quali? «Partiamo dall’articolo 155 del nuovo codice europeo che prevede la possibilità per gli Stati membri di destinare alcune parti del territorio doganale della Comunità a zona franca con punti di entrata e uscita».
La Sardegna può essere il territorio prescelto? «Certamente. È un’isola: da sempre i suoi confini sono netti e il futuro codice europeo doganale impone che le zone franche siano intercluse, cioè delimitate».
Ancor più nello specifico. «Cominciamo dai sei porti franchi isolani previsti e ribaditi dal decreto legislativo del 1998.
Nelle zone delimitate di Cagliari, Olbia, Porto Torres, Oristano, Portovesme

e Arbatax, ma anche nelle aree industriali collegate o collegabili, possiamo avere in tempi brevi i benefici previsti dal codice europeo doganale a favore della produzione e delle esportazioni».
Solo? «Un’altra proposta fattibile è una zona franca estesa a tutta l’isola che preveda diverse agevolazioni d’imposta, come la non tassazione degli utili d’impresa seppure fino a un certo limite, l’esonero delle tasse professionali di competenza degli enti locali, l’esenzione degli oneri sociali a carico degli imprenditori e aiuti alle imprese in difficoltà».
Anche questo è un modello che guarda alla produzione, niente per il consumo? «Non escludo che all’interno di una trattativa fra l’Europa, lo Stato italiano e la Regione possiamo ottenere benefici diretti anche per i consumatori. Ma è sullo sviluppo delle imprese che dobbiamo puntare con decisione, il prezzo della benzina o del cioccolato è un corollario. Ripeto, la Sardegna ha bisogno di un benessere diffuso attraverso il lavoro».
Ma la giunta Cappellacci finora si è mossa bene o male in questa vertenza? «Partiamo dalle due condizioni essenziali per dare un senso logico a questa vertenza».
La prima. «Che ci sia la volontà da parte di tutti i livelli istituzionali, compreso quello nazionale, di farsi carico dell’istanza
della Sardegna anche per quanto riguarda la dotazione finanziaria. La Francia l’ha fatto nel 1996 e per cinque anni,
con la zona franca della Corsica e non a costo zero, ma con uno stanziamento di 450 milioni. E va detto che, a suo tempo, dall’Europa non ci furono divieti al progetto francese».
La seconda condizione. «Che la richiesta della Sardegna sia preceduta da una rigorosa analisi costi-benefici, destinata a far luce, ad esempio, su come sarà compensato il minore gettito dell’Iva e delle esenzioni sui beni franchi. Mentre oggi non c’è ancora nessuna indicazione ma solo accademia».
Vuol dire che manca uno studio di fattibilità? «Esatto. Finora nessuno ha quantificato i benefici assoluti che potrebbero arrivare con le zone franche e neanche quali potrebbero essere i vantaggi e gli svantaggi per i territori circostanti. In altre parole, quali saranno gli effetti di una zona franca sulle aree interne. Basta pensare alla Sardegna come una ciambella: semmai ricca sulle coste ma sempre più vuota e povera a l centro».
A chi affidare lo studio? «Penso al Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro, o al suo equivalente regionale, il Crel. È una consulenza necessaria: va fatta prima e poi allegata alla richiesta»
I tempi però così rischiano di allungarsi. «Non credo. Se i passi saranno giusti, il confronto con l’Europa andrà a buon fine. Mentre sono preoccupato da chi oggi sostiene di volere la zona franca con le buone o con le cattive. Questa sì che è demagogia» -
(Umberto Aime)